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Messaggio Da XENA il Sab 3 Mag 2008 - 9:08

Avvenire 11.9.2005

RU ovvero aborto leggero

L'altro come assente. La banalizzazione della vita

Eugenia Roccella
Nella legge italiana, e nella gran parte dei documenti internazionali sui cosiddetti diritti riproduttivi, si specifica che l’aborto "non può essere utilizzato come mezzo di controllo delle nascite". In realtà l’interruzione volontaria di gravidanza sta diventando il mezzo più comune per regolare la natalità, non solo nei paesi terzi, ma anche nell’area occidentale.
Negli anni della rivoluzione sessuale e delle lotte femministe, ci si aspettava che l’informazione e la diffusione dei metodi contraccettivi avrebbero fatto scendere drasticamente le percentuali del ricorso all’aborto. E’ avvenuto esattamente il contrario: per un paradosso che a rigor di logica appare inspiegabile, accade che paesi come la Svezia, in cui gli anticoncezionali sono d’uso comune, abbiano un numero di aborti tra i più alti in Europa, e che complessivamente il livello degli aborti stenti a diminuire, o addirittura aumenti. I comportamenti umani, più che rispondere a una ferrea razionalità, seguono i processi di adattamento culturale; la banalizzazione dell’aborto, che viene proposto come un "diritto", lo rende sempre meno una scelta consapevole, e sempre più un’opzione automatica, svuotata di risvolti etici. Gli elementi di conflitto, come la realtà dell’eliminazione dell’embrione o del feto, le sue sofferenze, la sua stessa presenza, tendono ad essere oscurati, ridotti ad argomenti indicibili o marginali. Nella scelta di abortire, sempre più "l’altro" è assente, è un fantasma a cui non si deve alludere, per non aumentare il disagio e il dolore della donna.
Non credo che questa sorta di eufemismo delle coscienze porti a una vera riduzione del danno per le donne che abortiscono, al massimo a una rimozione, a una clandestinità del conflitto emotivo. Il processo culturale di banalizzazione ha però conseguenze di altro tipo: per esempio permette che i nuovi metodi anticoncezionali si avvicinino sempre più alle pratiche abortive, fino ad annullare ogni distinzione. La stampa salutava ieri l’int roduzione in Italia, ancora in via sperimentale all’Ospedale Sant’Anna di Torino, della RU 486 (la pillola abortiva) come una conquista femminile, un nuovo "abortirai senza dolore". Più che altro si tratta di un aborto meno costoso per le strutture sanitarie pubbliche, perché praticabile in day hospital, ma molto pesante per le donne. La RU 486 viene somministrata insieme ad antidolorifici, sotto stretto controllo medico, perché non è certo priva di controindicazioni. Ma non è questo il solo problema. Si continuano ad infliggere ferite all’idea di maternità, insistendo su metodi contraccettivi che ne bistrattano e svalorizzano il senso. Aborto e contraccezione si confondono fino all’indistinzione: pillola abortiva, pillola del giorno dopo, pillola contraccettiva… Difficile operare vere distinzioni tra ormoni che impediscono l’impianto, che provocano l’espulsione dell’embrione, o che impediscono l’ovulazione. Un nuovo metodo, in fase di sperimentazione clinica, dovrebbe impedire l’impianto grazie alla risposta immunitaria a una proteina prodotta dall’embrione: si chiama vaccino anti-hCG, o immunocontraccezione: dal rischio di maternità, come da quello del vaiolo, ci si potrà vaccinare. La contraccezione abortiva non solo mira ad utilizzare forme di aborto "leggero" come mezzo di controllo delle nascite, ma, mascherandone il significato di morte, rende l’aborto, non solo di fatto, ma anche sul piano simbolico ed etico, un anticoncezionale come gli altri.


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Messaggio Da XENA il Sab 3 Mag 2008 - 9:11

Avvenire 25.11.2005
Silenzio sui casi di morte per la pillola Ru 486


Una notizia ci mette in crisi? Meglio non darla

Eugenia Roccella
Essere militanti, prendere una posizione e dichiararla apertamente, condurre indagini e battaglie d'informazione, è un modo di fare giornalismo che pratichiamo e che, ovviamente, apprezziamo anche negli altri. Perciò non troviamo affatto scandaloso che dalle colonne di Repubblica e di altri quotidiani, sulla Ru 486 come precedentemente sulla procreazione assistita, si conduca quella che Giuliano Ferrara chiamerebbe una guerra culturale. E' un confronto leale e necessario, che alimenta e stimola il dibattito pubblico. Temi come la vita, la morte, la nascita, esigono una discussione appassionata e anche feroce. Il vero rischio, in questi casi, è la tendenza a tacere e minimizzare, l'antica tendenza a "chetare, sopire", invece che accapigliarsi sul futuro che vogliamo per i nostri figli, su chi è persona e chi no, sulla selezione genetica o l'artificializzazione dell'umano.
Bisogna, però, rispettare una precondizione: le notizie vanno date con il rilievo che meritano, il dibattito deve avvenire sui dati concreti, non soltanto sulle idee. Non vogliamo riproporre una vecchia regola giornalistica a cui non abbiamo mai creduto, quella secondo cui i fatti vanno separati dalle opinioni. Se però i fatti smentiscono le opinioni, o perlomeno ne mettono in crisi i presupposti, non si può semplicemente cercare di farlo notare il meno possibile, evitando di dare risposte. I fatti in questione sono quelli pubblicati mercoledì dal New York Times, e cioè la morte da shock settico, in seguito all'assunzione della Ru 486, di ben quattro donne nel giro di due anni, nella sola California. Quello che colpisce nella notizia non è solo la connessione tra aborto chimico e infezione da Clostridium Sordellii, ma il fatto che la vera causa di queste morti sia emersa solo grazie alla battaglia legale intrapresa dai genitori di Holly Patterson, una diciottenne morta per lo stesso motivo nel 2003. Quante possono essere, nel mondo (e pensiamo in primo luogo a nazioni come India e Cina) le morti da pillola abortiva, se quelle avvenute in California, Stato che gode di strutture sanitarie d'avanguardia, sono venute alla luce solo in seguito a un'inchiesta? È un'interrogativo che chi è favorevole alla Ru 486 non può evitare di porsi, se ha a cuore la salute della donna; può invece cercare, e pubblicare, eventuali prove a discarico del mifepristone.
Il New York Times, che non è certo sospettabile di inclinazioni pro-life, dà alla notizia, con tutti i suoi inquietanti risvolti, il giusto risalto. In Italia, invece, dove infuria la polemica sull'introduzione della Ru 486, e dove si dedicano ampi spazi ai medici che ne decantano l'assoluta sicurezza, sul caso americano si sorvola, liquidandolo al massimo in poche righe. Si svela così la natura tutta ideologica della battaglia sull'aborto chimico, una battaglia che si basa su un assunto pregiudiziale e non dimostrato (che la Ru 486 renda l'aborto più "facile") risolvendo la questione in pura propaganda. Sulla pillola abortiva, sulle controindicazioni e i rischi che l'accompagnano, bisogna dire la verità; solo sgombrando il campo dalle informazioni superficiali e scorrette si potrà poi discutere di quello che ci sta più a cuore. E cioè di cosa significa, per le donne, questa sorta di desertificazione chimica del corpo e della capacità procreativa, che ci affida sempre di più, e in forme sempre più incontrollabili, al nuovo potere medico e tecnologico

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Messaggio Da XENA il Sab 3 Mag 2008 - 9:16

Il Foglio 14.1.2006

Di che cosa parliamo quando diciamo aborto chimico

Tutte le morti da Ru486. Solo una pillola, “il metodo meno invasivo”

Assuntina Morresi

"L’interruzione è andata bene e la paziente stava bene. La notte la paziente è andata in un night club. Si è lamentata di un dolore alla gamba, mal di testa, e del cuore in affanno. Ha avuto un collasso al night club ed è stata ricoverata in ospedale. La paziente è morta più tardi, la notte del sabato o la domenica mattina. L’amico, che era con lei al night club, ha dichiarato che la donna non aveva bevuto né preso farmaci. L’ostetrica ha ricevuto una chiamata dal coroner, che sta investigando sul caso. L’autopsia ha rivelato un litro di sangue nello stomaco della paziente e due ulcere gastriche. Il coroner ha preso in considerazione i farmaci utilizzati per l’interruzione della gravidanza, che potrebbero aver causato un problema cardiaco ed eventi trombotici”.
Sembra l’incipit di un horror movie, ma è uno dei 607 “eventi avversi” a seguito dell’aborto con la pillola Ru486 e segnalati spontaneamente alla Food and drug administration (l’ente americano preposto alla registrazione dei farmaci) fra il 2000 e il 2004. Il decesso descritto è avvenuto in Gran Bretagna. Tra i 607 casi si contano anche le morti di una sedicenne, in Svezia, per emorragia, e di tre americane: una per gravidanza extrauterina (la Ru486 non la interrompe ma ne maschera i sintomi) e due per shock settico. E ci sono altre due morti americane e una canadese per shock settico, e una in Francia per problemi cardiaci, per un totale di nove.
I 607 casi sono stati analizzati in un articolo pubblicato sugli Annals of Pharmacotheraphy, disponibile in rete. L’accesso è libero, può applicarsi alla lettura anche Silvio Viale, il ginecologo radicale che ha avviato la sperimentazione della pillola abortiva all’ospedale di Sant’Anna a Torino e che lo scorso 29 dicembre sulla Stampa denunciava “la malafede di chi insiste sugli aspetti negativi della Ru486. Peccato però che… non siano mai stati rilevati decessi o conseguenze devastanti per la salute della donna”. I decessi ci sono invece stati. E sono documentate almeno centinaia di emorragie, alcune gravissime, che in 42 casi hanno messo in pericolo di vita le donne. Altre quattro donne – di cui una quindicenne – sono sopravvissute a uno shock settico, mentre in 43 casi di infezione, iniettando una massiccia dose di antibiotici, si è scongiurato l’esito letale. 513 sono stati gli interventi chirurgici, quasi la metà d’urgenza. Tutto questo, solo negli Stati Uniti.
“Il tasso allarmante di morti di donne giovani e in salute nel Nord America deve essere attentamente esaminato prima di un uso generalizzato di questi farmaci nei paesi in via di sviluppo.”: lo scrivono a proposito della pillola abortiva due medici francesi dell’Hospital Cochin di Parigi, sempre sugli Annals of Pharmacotheraphy. Uno dei due è Didier Sicard, dal 1999 presidente del Comitato consultivo nazionale di etica francese, esperto di Aids e autore di saggi. Scrive Sicard: “Un recente caso fatale (in California) è stato quello di mia figlia di 34 anni, madre di due bambini, cinque giorni dopo aver preso mifepristone e misoprostol… è morta in poche ore per infezione e shock settico. Il giorno prima della sua morte ha avuto perdite di sangue, forti dolori addominali e capogiro… la mancanza di consapevolezza della gravità della situazione in questo momento è pericolosa”.
Sicard si dichiara preoccupato per la diffusione della Ru486 nei paesi in via di sviluppo, soprattutto quelli africani, dove il tasso di infezioni batteriche genitali è alto e le strutture mediche scarse: teme “un significativo numero di morti” se non si rivedono le modalità d’uso della pillola abortiva. Suggerisce un uso sistematico degli antibiotici, prima, durante e dopo la somministrazione e l’assorbimento della pillola, e consiglia l’uso di un altro farmaco (corticosteroide) se si sospetta un inizio di shock settico. Questo sarebbe dunque “il metodo più semplice per interrompere la gravidanza”, come dichiarava ieri Carlo Flamigni sul Corriere, il meno invasivo rispetto all’aborto per aspirazione, che richiede pochi minuti?

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Messaggio Da XENA il Sab 3 Mag 2008 - 9:18

Il Foglio 1.2.2006



I produttori della Ru486 non la registrano perché temono i controlli



Assuntina Morresi, Eugenia Roccella

Il 22 novembre scorso, Silvio Viale, il medico noto per aver avviato la sperimentazione della pillola abortiva Ru486 all’ospedale Sant’Anna di Torino, dichiarava: “Sembra un’epidemia… tutti a chiedersi come mai la ditta produttrice non abbia chiesto la registrazione del farmaco, insinuando che ci sia qualcosa di losco o di scientificamente poco valido”.
Perché, chiedeva accorato Viale, tanti sospetti nei confronti della Exelgyn, “piccola ditta nata con lo scopo di garantire la produzione di mifepristone”?
Gli rispondiamo subito. Contrariamente a quanto la campagna dei sostenitori dell’aborto chimico lascia capire, non esiste un divieto, un impedimento burocratico o legislativo che impedisca l’ingresso del farmaco in Italia. Semplicemente, la Exelgyn, che distribuisce la Ru486 in Europa, non ne ha mai chiesto la registrazione in Italia. Ai medici che vogliono proporre alle donne l’aborto chimico non resta che procurarsi i farmaci sfruttando le pieghe della legislazione, comprandoli all’estero o passando attraverso la finzione della sperimentazione.
Dopo i primi entusiasmi, accompagnati da roventi accuse al Vaticano o a Storace, tra i supporter della pillola abortiva si è creato un consistente imbarazzo. Più volte, infatti, è stato detto e scritto che l’iter per la registrazione italiana del farmaco era stato avviato, ma agli annunci non sono mai seguiti i fatti. Per settimane le notizie sulla Exelgyn si sono accavallate e inseguite fino a diventare ridicole: lo fa, lo sta per fare, l’ha già fatto, non l’ha ancora fatto ma lo farà. Alla fine, sulla questione è calato un velo pietoso di silenzio.
La citata dichiarazione di Silvio Viale si chiudeva con un invito ai giornalisti a chiedere direttamente alla Exelgyn i motivi per cui non promuove la procedura di mutuo riconoscimento per l’Italia. A noi il suggerimento è piaciuto, e l’abbiamo raccolto.
Il 15 dicembre abbiamo quindi inviato una prima mail con una serie di domande, che la Exelgyn ha ignorato. Due settimane dopo abbiamo mandato un cortese sollecito; dall’altra parte nessun segnale di vita. A tutt’oggi, la ditta non ha risposto, e ormai disperiamo lo faccia mai: il mistero sulla mancata richiesta di registrazione è ben custodito.
Nella lettera avevamo posto varie domande. Per esempio, perché l’azienda ha mai chiesto la registrazione del mifepristone all’Emea (l’ente europeo) come farmaco abortivo, ma solo per la sindrome di Cushing (una rara disfunzione endocrina); o perché non l’ha chiesta quando nel governo di centro-sinistra c’era un ministro come Veronesi, favorevole alla Ru486. Adesso il ministro Storace chiude i rubinetti che dall’estero rifornivano alcuni ospedali, sollevando grande indignazione.
Anche chi protesta dovrà però ammettere che comprare il farmaco in altri paesi non è una soluzione, come non lo è promuovere nuove sperimentazioni. L’unica sperimentazione effettiva è stata condotta dal ginecologo Giampiero Crosignani già nel 1988, a Milano, nell’ambito di una ricerca dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Non si può dunque fingere di sperimentare all’infinito, né si può continuare a lambiccarsi il cervello su come ottenere la pillola di straforo. Forse sarebbe bene che i sostenitori dell’aborto chimico si appellassero pubblicamente alla Exelgyn, chiedendo i motivi di tanta pudica ritrosia.
Chissà che a loro l’azienda non risponda?
La verità è che la distribuzione della Ru486 è sempre avvenuta con modalità molto particolari, seguendo procedure d’urgenza, come negli Usa, o su richiesta esplicita dei governi, come in Francia. Lo ha ammesso lo stesso Viale, invitando le regioni a esprimersi ufficialmente in favore della pillola abortiva, nell’ottobre scorso: “Nel 2004 la ditta francese mi disse che avrebbe agito solo su richiesta italiana”.
Così il farmaco può evitare controlli accurati sui protocolli e sui criteri delle sperimentazioni. La Exelgyn infatti non teme – come qualcuno ha detto – i boicottaggi degli antiabortisti: non producendo altri farmaci, non c’è boicottaggio che possa produrre effetti peggiori della mancata distribuzione. E’ più probabile che tema le verifiche.
Solo in mezzo ai tamburi e alle fanfare ideologiche, o nel silenzio di un’accettazione acritica, l’aborto chimico può passare come facile e sicuro, e persino “dalla parte delle donne”. Le riviste scientifiche cominciano a pubblicare dati sugli effetti negativi, la scarsa sicurezza, la minore efficacia, le controindicazioni mediche e logistiche del metodo. Se si alzano voci discordi, se si diffonde un’informazione più seria, la commercializzazione del farmaco potrebbe subire contraccolpi anche nel terzo mondo, il mercato più vasto e promettente per la Ru 486.
Va detto che, grazie alle denunce di molti gruppi femministi e ad un vivace movimento d’opinione, il rifiuto nei confronti della pillola abortiva, a livello internazionale, sta crescendo. Domenica in Australia si è svolta la giornata contro la Ru486, e in un sondaggio è emerso che solo il 33 per cento delle donne australiane sarebbe favorevole all’aborto chimico.

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Messaggio Da XENA il Sab 3 Mag 2008 - 9:20

Intervista a Renate Klein (23 febbraio 2006)
«Da vera femminista dico no alla Ru 486»


Pierangelo Giovanetti, da Melbourne

Non è cattolica. Non appartiene al Movimento per la vita australiano. È una femminista convinta, docente di Diritti della donna e delle problematiche femminili alla Deakin University di Melbourne. E proprio per questo Renate Klein, origini svizzero-tedesche, è una convinta sostenitrice della lotta contro la pillola abortiva Ru 486. «Perché è un farmaco contro le donne, contro la loro salute, contro la loro vita», spiega decisa.

«Chi dice che è una scelta che dà loro maggiore libertà, mente. Ora che anche la Camera dei Deputati ha liberalizzato in Australia l’aborto chimico, le donne si troveranno ad abortire da sole, senza un medico a fianco, con gravi controindicazioni per il loro organismo. È la vittoria delle case farmaceutiche. Alle donne toccherà fare da cavia delle sperimentazioni in atto, visto che non sono ancora noti tutti gli effetti collaterali della pillola».
Renate Klein è tra le voci laiche più autorevoli in Australia del movimento contro la Ru 486. È autrice di una approfondita ricerca condotta con altre due scienziate, Janice Raymond e Lynette Dumble, dal titolo Ru 486: Misconceptions, Myths and Morals, in cui affronta gli aspetti storici, scientifici ed etici della pillola abortiva. «Dobbiamo unirci, cattolici, laici e credenti in ogni altra religione, in questa battaglia di civiltà», aggiunge con forza. «Ricordiamoci una cosa: l’obiettivo che sta dietro l’aborto chimico è quello di farne un aggressivo strumento di controllo delle nascite, che sarà usato soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. E qui risulterà ancora più facile confondere le statistiche sulle vittime della Ru 486. Chi potrà stabilire se una donna è morta dissanguata o per gli effetti tossici della pillola abortiva?».
Renate Klein, perché lei, femminista radicale, è così contraria alla Ru 486?
«Perché non è sicura e non amplierà, come semplicisticamente sostengono i movimenti pro-choice, le possibilità di scelta della donna. La Ru 486 è imprevedibile nei suoi effetti: l’aborto si può prolungare per oltre due settimane, con nausea, perdite di sangue, vomito e contrazioni dolorose. Una donna su dieci avrà comunque bisogno di un intervento per portare a termine l’aborto. Pensate cosa accadrà nei territori isolati dell’Australia, lontani dagli ospedali. La decisione del Parlamento federale di Canberra, che ha "liberalizzato" l’uso della pillola, metterà più a rischio la vita delle donne».
Perché non ritiene la Ru 486 un farmaco sicuro?
«Perché è ancora in fase di sperimentazione. La comunità scientifica ha registrato cinque casi negli Stati Uniti e in Canada di donne morte durante l’assunzione della pillola. A questi vanno aggiunti altri due decessi in Gran Bretagna e uno in Svezia. Paradossalmente mentre medici e scienziati a livello mondiale si stanno interrogando su queste morti, in Australia di fatto è stato dato il via libera alla sua messa in vendita. La Ru 486 inoltre ha prescrizioni molto circoscritte. Non va presa dalle donne sotto i 18 anni e da quelle sopra i 35 anni, pena pesanti controindicazioni. Poi non deve essere presa da soggetti di peso superiore ai 75 chili. Non si sa che effetti dà se chi l’assume soffre di asma. In tutti questi casi, se la gravidanza non viene interrotta, si presenta il forte rischio di gravi malformazioni del bambino».
Come mai la pillola abortiva fa male alle giovanissime?
«Chi ha meno di 18 anni può accusare disturbi nel completamento dello sviluppo, con il rischio dell’infertilità. Le case farmaceutiche non lo dicono, ma queste ragazze rischiano di non potere poi avere più bambini. Il sogno dell’industria è arrivare a far sì che le strutture mediche non forniscano più l’assistenza in caso di aborto e che invece l’aborto a livello mondiale sia portato avanti in maniera chimica, attraverso una produzione di massa della Ru 486».
È strano che in una società sempre più alla ricerca di prodotti naturali e di stili di vita e metodi di cura alternativi a quelli chimici, non crei problema l’uso di un farmaco così rischioso.
«Purtroppo non c’è la consapevolezza diffusa di ciò che la Ru 486 vuol dire. La smerciano ancora come una libertà in più per la donna. Così vediamo da una parte crescere in Australia l’uso di prodotti naturali in ogni campo, dal cibo alla cosmesi alla medicina alternativa, con l’intento preciso di introdurre la quantità minima di veleni chimici nell’organismo. Dall’altra si fa una battaglia ideologica per liberalizzare l’uso di sostanze chimiche abortive. È un controsenso».
Che indicazioni si possono trarre dai casi medici registrati in altri Paesi?
«Se guardiamo alla donna morta in Canada nel 2001, vediamo che la Ru 486 indebolisce fortemente il sistema immunitario, rendendo impossibile per la paziente combattere i batteri. Questo conduce a uno shock settico e a morte rapida. Perciò il Canada ha bloccato le sperimentazioni e la vendita della Ru 486 non è consentita. Le quattro morti avvenute in California in un primo tempo furono attribuite a pillole contaminate, ma questo si è dimostrato falso. Di fatto, quindi, i rischi permangono e si è risolto semplicemente mettendo in guardia le donne che fanno uso della Ru 486 che questa può causare infezioni. I casi di morte registrati, infatti, riguardavano tutti donne sane e senza problemi fisici particolari. Ora, se i sintomi della pillola abortiva sono gli stessi di un’infezione (nausea, perdite di sangue vaginali, crampi, dolori alla schiena), come si può distinguere se si tratta del normale processo abortivo o se invece è in corso un’infezione dagli esiti mortali?».
Esiste una registrazione di tutti i casi di utilizzo della Ru 486 che hanno comportato complicazioni?
«No. Difatti la vicenda di una delle donne morte in California è venuta alla luce perché la famiglia ha ordinato un’autopsia privata. Ma chissà quante altre morti sono avvenute a seguito dell’utilizzo della pillola abortiva, senza che se ne sia a conoscenza. Del resto negli Stati Uniti non è obbligatorio, e si calcola che solo nel 10% dei casi vengono registrati gli effetti collaterali dei farmaci, di qualunque farmaco. Comunque anche i soli casi registrati di effetti collaterali di vario tipo ammontano a parecchie centinaia. Solo le donne che hanno richiesto trasfusioni di sangue dopo l’assunzione della Ru 486 sono quasi un centinaio».
Ora che il Parlamento australiano ha deciso la liberalizzazione del farmaco, delegando la questione al TGA (l’ente di valutazione dei farmaci) entro l’anno la Ru 486 sarà disponibile al pubblico nelle farmacie. Come pensa di continuare la sua battaglia?
«La sconfitta al Senato e alla Camera dei Rappresentanti non deve fermare tutto. Dobbiamo continuare in questo impegno per coscientizzare l’opinione pubblica sui gravi rischi che l’aborto chimico comporta. Per questo occorre una forte mobilitazione popolare. In secondo luogo, spetterà soprattutto a medici, docenti universitari, ma anche a volontari qualificati mantenere sempre monitorato ogni tipo di informazione e di decisione sulla Ru 486. Ogni informazione nuova che si riuscirà a ricavare, ogni notizia che dai centri di ricerca e dalle sperimentazioni in atto si riuscirà a raccogliere, servirà a creare un quadro più completo sulla pillola e sui suoi effetti. Io continuerò a parlarne in incontri pubblici e intendo pubblicare ancora scritti e testi di approfondimento sulla questione. Dobbiamo stare in guardia. E proprio le donne dovrebbero essere le prime a condurre questa battaglia

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Messaggio Da XENA il Sab 3 Mag 2008 - 9:24

Speciale Ru 486 (05 gennaio 2006)
Ru 486, effetti collaterali killer


di Riccardo Cascioli

Otto donne morte in 4 anni, emorragie e infezioni che in molti casi mettono a rischio la vita, con terapie che vanno dalla trasfusione all’intervento chirurgico. E soprattutto, una gravissima sottovalutazione di queste patologie da parte dell’Ente federale preposto al controllo. Sono questi i risultati più clamorosi presenti nella ricerca di due dottoresse americane riguardo i 607 casi di effetti collaterali sull’uso della pillola abortiva Ru 486 presentati alla Food and Drug Administration (Fda), l’ente americano che autorizza e controlla la commercializzazione dei prodotti farmaceutici. E in Congresso aumentano le voci di coloro che vogliono riaprire la discussione sulla legalizzazione della Ru486 voluta nel 2000 con procedura d’urgenza dall’amministrazione Clinton.

Lo studio, firmato da Margaret M. Gary e Donna J. Harrison, si intitola Analysis of Severe Adverse Events related to the use of Mifepristone as an abortifacient (Analisi dei gravi effetti collaterali registrati per l’uso del mifepristone come abortifaciente) e sarà pubblicato sul numero di febbraio della rivista The Annals of Pharmacotherapy ma è già consultabile sul sito degli Annali all’indirizzo [Devi essere iscritto e connesso per vedere questo link]. I risultati si basano sull’esame dei 637 casi di effetti collaterali (riferiti a 607 pazienti) presentati alla Fda tra il settembre 2000 (data della commercializzazione negli Stati Uniti) e il settembre 2004. Si tratta perciò di una casistica tutt’altro che completa, inoltre 592 casi sono stati inoltrati alla Fda dallo stesso distributore del mifepristone e la maggioranza della documentazione allegata sull’evoluzione dei disturbi e sull’efficacia delle terapie, risulta molto lacunosa.

È però abbastanza per comprendere quali siano i rischi per la salute delle donne – oltre che ovviamente del bambino –- nell’uso della pillola abortiva. Gli effetti maggiori registrati sono infatti l’emorragia (237 casi) e le infezioni (66). Per quanto riguarda l’emorragia, in un caso è stata fatale, mentre in 42 casi c’è stata una seria minaccia alla vita e in altri 168 una situazione grave. In totale, 68 volte si è dovuti ricorrere alla trasfusione. Le infezioni dal canto loro, seppur meno numerose si sono rivelati più gravi per le conseguenze: ci sono stati infatti sette casi di choc settico, di cui 3 risoltisi con la morte della donna e 4 con un salvataggio in extremis. In tutto 513 volte si è dovuti ricorrere all’intervento chirurgico, d’emergenza in 235 casi.
La superficialità con cui è stata somministrata la Ru 486 viene dimostrata dal fatto che in ben 17 casi si è intervenuti d’urgenza per gravidanze extrauterine non diagnosticate e per le quali l’uso del mifepristone risulta fortemente controindicato (anche qui una donna ha perso la vita). Un risultato inatteso è anche la rilevanza di forme allergiche, come dimostrano otto casi di grave orticaria. Per quanto riguarda le morti, nei 607 casi all’esame della Fda ne sono registrate 5: due donne californiane, per sepsi; una donna del Tennessee, conseguenza di una gravidanza extrauterina; una donna britannica, ancora per sepsi, una adolescente svedese per emorragia. Ma il rapporto cita altre tre morti certe legate alla Ru 486, e tutte per sepsi: una donna canadese che partecipava alla sperimentazione; una californiana di origine asiatica (dicembre 2003), una californiana bianca (giugno 2005). Solo una di queste è avvenuta dopo il periodo considerato dall’analisi, il che rafforza la convinzione che la casistica per le gravi conseguenze negative dell’uso della Ru 486 sia ancora in buona parte sconosciuta. Un altro dato allarmante che emerge da questo studio è l’uso della pillola abortiva tra le adolescenti: infatti, proprio per le caratteristiche di maturazione fisica richieste, nelle sperimentazioni del mifepristone – sia negli Usa sia in Francia – sono state escluse le minorenni. Ciò vuol dire che la Ru486 viene distribuita alle adolescenti senza neanche una sperimentazione previa, e che la denuncia di gravi effetti collaterali è la prima informazione pubblica disponibile sull’uso clinico del mifepristone tra ragazze di 13-17 anni.
Una questione normalmente non presa in considerazione riguarda anche le conseguenze del "fallimento" della Ru 486, ovvero il proseguimento della gravidanza che – secondo i casi registrati – accade nell’8% dei casi per l’assunzione del farmaco entro i primi 49 giorni e sale fino al 23% nei successivi 14 giorni. Un tasso di fallibilità molto alto che per i feti sopravvissuti si risolve con un 23% di possibilità di malformazione. Dal rapporto infine emergono gravi responsabilità della Fda e del suo sistema di sorveglianza sui farmaci già in commercio. Una questione importante, non solo in sé, ma anche perché – come sottolinea il rapporto – «la scelta di abortire con mifepristone anziché attraverso l’intervento chirurgico si basa essenzialmente sulle percezioni della paziente riguardo a sicurezza, convenienza e privacy, ma queste percezioni non riflettono esattamente la realtà delle cose». Questo è un punto chiave perché è evidente dalla storia della commercializzazione della Ru 486, la prevalenza degli interessi politico-ideologici ed economici su quelli più strettamente medici, tanto che la Fda fu messa sotto pressione a suo tempo anche dall’amministrazione Clinton che l’ha spinta a usare una procedura d’urgenza per la commercializzazione del mifepristone, procedura finora usata soltanto per farmaci salva-vita. Anche per andare a fondo su questi aspetti, in dicembre si è insediata una commissione d’inchiesta nel Congresso. Il primo atto è stata una lettera inviata il 21 dicembre alla Fda, per chiedere chiarimenti sui controlli effettuati riguardo ai problemi medici derivati dall’uso del mifepristone. In particolare la Commissione chiede di sapere per quale motivo solo pochi mesi fa la Danco Laboratories (distributrice del farmaco) si è degnata di aggiungere i rischi di infezione batterica (che come abbiamo visto sono i più letali) tra gli effetti collaterali descritti nel foglietto delle modalità d’uso.
Una seconda questione importante su cui la Commissione intende indagare è l’uso della Ru 486 e dell’associato Misopristol secondo modalità non approvate dalla Fda. È emerso infatti che i medici di Planned Parenthood (massima organizzazione abortista a capo di una capillare rete di cliniche e consultori) prescrivono l’uso vaginale del Misopristol (il farmaco che va assunto in combinazione con il Mifepristone per facilitare l’espulsione del feto) che dovrebbe essere preso invece per via orale. Ci sono infatti molti sospetti che le morti per sepsi siano correlate all’uso non consentito della pillola, anche se Planned Parenthood nega questa coincidenza.

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Messaggio Da . il Sab 3 Mag 2008 - 12:01

un mesetto fa in tv intervistarono medico (ginecologo) e donna che aveva scelto di abortire con una pillola andando in nord Italia...ne parlavano tutti soddisfatti e quasi a rimproverare l'Italia che non adotta una tecnica cosi' all'avanguardia per UCCIDERE i propri figli!!! Shocked

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Messaggio Da XENA il Sab 3 Mag 2008 - 18:08

Simona oltre al drammatico gesto che la donna decide di fare ,va inoltre incontro a rischi estremi per la sua salute ,questo è taciuto.
Sembra una cosa facile ,ingurgitare una pillola e tutto va via ,invece si rischiano complicazioni che metteno a repentaglio anche la propria vita .

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