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Messaggio Da rosenz il Mer 17 Mar 2010 - 11:39

Ho trovato questo articolo del dottor Speciani interessante.
Gli studi sull'epigenetica ci dicono che con i nostri comportamenti possiamo veramente fare moltissimo in termini di prevenzione anche contro malattie molto gravi.

Non è poi così tanto facile far ammalare persone sane... parafrasando Pasteur potrei dire che "il cancro è nulla, il terreno è tutto"... buona lettura!!


I geni non sono il tuo destino………..


di Attilio Speciani

Non è stato facile mettere d'accordo Darwin e Lamarck con le loro diverse teorie evoluzionistiche, ma alla fine sembra che anche la scienza stia iniziando a trovare la cosiddetta “quadratura del cerchio”.

I geni, che tendono a restare stabili di generazione in generazione sono fondamentali per l'evoluzione ma anche il rapporto di ogni singolo individuo con l'ambiente può portare a modificare il modo in cui i geni funzionano.

L'epigenetica, la scienza che studia come determinate condizioni possano modificare il modo in cui funzionano i geni, sta facendo passi da gigante. Il tutto parte dallo smacco dei genetisti, Il progetto Genoma grazie al quale è stata identificata la sequenza genetica di tutti i cromosomi umani, si è rivelato molto meno utile di quanto si pensasse.

In ogni organismo vivente ci sono circa 100.000 proteine, cioè almeno 100.000 funzioni diverse, e per decenni si è pensato che ad ogni proteina corrispondesse un singolo gene, stabile e immodificabile. Invece alla fine, i genetisti hanno scoperto che il numero totale di geni presenti nell'essere umano è di circa 25.000. Ogni gene quindi è capace di funzionare in modo diverso a seconda del tipo di influenza (epigenetica) con cui si confronta.

Vediamo un esempio pratico: chiunque scoprisse di avere il gene che codifica per lo sviluppo del cancro del seno (un gene chiamato BRCA1) ha di fronte a sé due alternative. La prima è quella insensata di pensare di doversi ammalare per forza e quindi di amputarsi il seno o iniziare una chemioterapia preventiva. La seconda, grazie alla quale il mondo è sopravvissuto fino ad oggi, è di attivare le proprie capacità di modulazione, sapendo che iniziando a camminare almeno mezz'ora al giorno fa attivare altri geni che bloccano quello del cancro. Mangiando frutta e verdura e riducendo così quasi del tutto la possibilità di ammalarsi. Usando in modo corretto gli antiossidanti più utili (dal tè verde al resveratrolo all'olio di pesce) per allungare i telomeri delle proprie cellule e garantire una sopravvivenza molto più elevata al proprio organismo.

L'azione di un gene quindi non rappresenta il proprio destino. Questo è modulato dalle proprie scelte, dai propri comportamenti e dalla interferenza con l'ambiente.

Il ricercatore svedese Lars Olov Bygren ha cercato di capire se questa capacità di modulazione epigenetica fosse trasmissibile, e ha scoperto che alcune delle funzioni di modulazione genetica possono essere acquisite dall'organismo in una generazione e trasmesse direttamente a quella successiva attraverso una struttura non codificata dai cromosomi.

Ognuno di noi quindi ha in sé la possibilità di acquisire capacità di guarigione e di trasmetterle alla propria discendenza. Si tratta di una delle scoperte più importanti del secolo, che lascia ancora e di nuovo nelle nostre mani la capacità di guarire e la possibilità di tracciare il nostro destino futuro con un po' di buon senso, usando i geni come amici anziché come cattivi compagni.

Non è vero che per allungare il colo della giraffa, come diceva Lamarck, basta continuare ad annusare le foglie alte degli alberi fino a che si sviluppi il collo nelle generazioni successive di giraffe (lui diceva che la funzione sviluppa l'organo) ma non è nemmeno vero che i geni determinano il nostro destino in ogni circostanza (come diceva Mendel). Ha più ragione Darwin quando parla della evoluzione e del confronto con l'ambiente per generare cambiamenti e salute.
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Messaggio Da XENA il Mer 17 Mar 2010 - 11:47

Vediamo un esempio pratico: chiunque scoprisse di avere il gene che codifica per lo sviluppo del cancro del seno (un gene chiamato BRCA1) ha di fronte a sé due alternative. La prima è quella insensata di pensare di doversi ammalare per forza e quindi di amputarsi il seno o iniziare una chemioterapia preventiva. La seconda, grazie alla quale il mondo è sopravvissuto fino ad oggi, è di attivare le proprie capacità di modulazione, sapendo che iniziando a camminare almeno mezz'ora al giorno fa attivare altri geni che bloccano quello del cancro. Mangiando frutta e verdura e riducendo così quasi del tutto la possibilità di ammalarsi. Usando in modo corretto gli antiossidanti più utili (dal tè verde al resveratrolo all'olio di pesce) per allungare i telomeri delle proprie cellule e garantire una sopravvivenza molto più elevata al proprio organismo.

L'azione di un gene quindi non rappresenta il proprio destino. Questo è modulato dalle proprie scelte, dai propri comportamenti e dalla interferenza con l'ambiente.
Ottimo articolo ,concordo pienamente ,allungare i telomeri del proprio dna non sembra impossibile ,anzi si può e lo stile di vita ci dà questa possibilità...
grazie Rosenz dell'apporto pollice alto

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Messaggio Da rosenz il Mer 17 Mar 2010 - 12:18

XENA ha scritto:
Ottimo articolo ,concordo pienamente ,allungare i telomeri del proprio dna non sembra impossibile ,anzi si può e lo stile di vita ci dà questa possibilità...
grazie Rosenz dell'apporto Genetica ed Epigenetica 575534
Il prof. B. Lipton si spinge oltre e sostiene che persino i nostri pensieri e la nostra mente sono in grado di modificare i nostri geni.
C'è sicuramente a mio avviso parte di verità (la nostra mente è molto potente) ma forse in termini assoluti ho ancora delle riserve.
Resta il fatto che un atteggiamento positivo risulta sempre importante.

Ciao
Enzo
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Messaggio Da XENA il Mer 17 Mar 2010 - 12:39

Avevo già riportato quest'articolo qualche mese fà,ora ci casca a fagiuolo Very Happy

Petro Muretto scopre il legame
tra stress e immunità della pelle

Il patologo del San Salvatore ha dimostrato che le cellule di difesa dell'epidermide si originano nella struttura embrionale che dà vita al sistema nervoso periferico. Ecco perché lo stress indebolirebbe le difese immunitarie



Il dottor Pietro Muretto Pesaro, 11 maggio 2009
La pelle è il principale organo di difesa dell’organismo che comunica direttamente con il sistema nervoso e quello immunitario. Un passo avanti che permetterebbe di spiegare anche perchè lo stress può influenzare le difese immunitarie e indebolirle.



La scoperta, tutta italiana, è pubblicata sul 'Journal of Anatomy and Embryology' e si deve al patologo Pietro Muretto, dell’ospedale San Salvatore di Pesaro. "Era noto che nella pelle si trovano cellule immunitarie chiamate cellule dendritiche di Langerhans. Ma adesso - spiega Muretto - abbiamo scoperto che anche queste cellule hanno origine nella cresta neurale, ossia da una struttura dell’embrione che nel corso dello sviluppo dà origine al sistema nervoso periferico".



"Il meccanismo - osserva l’esperto - sembra comune a tutto il mondo animale, infatti tali cellule sono state dimostrate in rettili, in anfibi, nei volatili oltre che in tutti i mammiferi". Sarebbero cellule correlate all’evoluzione in quanto difendono tutti gli esseri viventi dagli agenti nocivi dell’ambiente esterno (virus,batteri, parassiti), così come le cellule melaniche derivate dalla stessa sede hanno scopo difensivo tramite il mimetismo e nei confronti dei raggi ultravioletti.



Finora l’origine delle cellule di Langherans era controversa, ma adesso sembra dimostrato che entrambi i tipi di cellule hanno origine dalla cresta neurale per mezzo dell’analisi della pelle e dei linfonodi di 35 feti abortiti spontaneamente. "Nel nostro studio - spiega Muretto - abbiamo dimostrato che queste cellule sono presenti nell’epidermide e le cellule di Langerhans migrerebbero nei linfonodi già dall’inizio del quarto mese di vita gestazionale aumentando di numero durante lo sviluppo fetale".



Inoltre le caratteristiche chimico-biologiche e morfologiche riportano maggiormente a una loro genesi neurale perché contengono catecolamine e al microscopio elettronico hanno similitudini con le cellule neurali di Schwann. Per lo studioso "era un legame che si sospettava da tempo e che adesso sembra trovare conferma".

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